4° dovere - Leggere nella lingua dell’autore
30 Ottobre 2007 di GG
La traduzione di un testo è un aspetto di cui non si tiene mai troppo conto quando si legge un autore straniero. Si sa che tradurre un testo è un po’ come “tradirlo”, ma l’aspetto più grave è che ciò avviene in un modo particolarmente subdolo, perché tra lettore ed editore, al momento dell’acquisto, si instaura un sottinteso patto che afferma, più o meno, che ciò che leggeremo è realmente il libro che è stato pubblicato all’estero. Ma non può essere così. O meglio, a livello superficiale lo sarà, ma per il lettore intelligente questo non basta, perché si scontra con il dovere di rileggere, attraverso il quale si assaporano le sfumature e i dettagli che, inevitabilmente, nel libro tradotto vengono persi. Ma non finisce qui…
Se tutto si limitasse alla perdita di definizione, quasi in termini fotografici, non sarebbe poi un così grave problema. Il fatto è che la traduzione trasporta il testo in un’altra dimensione geografica e storica, dove l’enorme enciclopedia di sensi e significati che si sono accumulati nel tempo a livello sociale e personale non è più valida, quanto meno non completamente. Che cosa perdiamo nella lettura in italiano di un testo giapponese (magari tradotto passando da un’altra lingua veicolare, la quale avrà già operato per conto suo le dovute approssimazioni sul testo originale)? E che cosa ci rimane del testo originale a livello di ritmo, musicalità o lessico? Sinceramente, per fare un esempio, mi ha sempre dato un certo fastidio la resa in italiano toscanizzante del linguaggio di Sancio che si ritrova nella traduzione, ormai classica, del Don Chisciotte da parte di Ferdinando Carlesi: si tratta di una finzione del traduttore, di un inserto nel testo originario che ne cambia, alla fine, il significato e la percezione della complessiva psicologia di un personaggio. Dove si consuma lo scempio maggiore è però nei testi di poesia; in questo caso ritmo e suono sono elementi fondanti a tal punto che, una volta perduti, della poesia d’origine non rimane che uno scheletro di concetti. L’unica via di fuga è dunque di leggere il più possibile i libri in lingua; si tratta comunque di una soluzione parziale, perché il nostro filtro intellettuale è onnipresente e il nostro quadro di valori e concetti può sbalestrare l’informazione che l’autore ci pone sotto gli occhi. Ma, d’altronde, se dobbiamo essere coautori nel gioco interpretativo di un testo, questa è una regola a cui non possiamo sottrarci, nemmeno leggendo un brano in italiano, per cui tanto vale gettarsi nella mischia e stupirci a racimolare in un testo così lontano più di quanto avremmo mai sperato.
Sante le parole del sottotitolo al blog; un dubbio però per chi come me non è nè lettore intelligente, nè mediocre scrittore.
Sal